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Eutanasia Legale

la vita durante un giro in bici

Sapevo che quel momento non lo avrei dimenticato, nel momento stesso in cui accadeva. 

Erano mesi di susseguirsi di visite all’ospedale, ricoveri, recupero di presidi ospedalieri da tutti i magazzini della zona eppure c’era ancora un briciolo di vita.

C’erano visite scaglionate a turni – oggi vado io – domani non riesco, facciamo cambio? – il dottore può parlare con un familiare solo alla tal ora, ci organizziamo di conseguenza?-.

Non che gli anni prima fossero stati una passeggiata, eppure lui aveva sempre mantenuto una certa indipendenza, anche dopo la prima amputazione della gamba e anche a seguito della seconda. Aveva comprato una macchina che aveva fatto modificare secondo le sue necessità, niente frizione, acceleratore a sinistra e freno in mezzo, più cambio al volante che quella seconda amputazione lo sapeva che era vicina. 

Arriva un momento in cui ciò che è stato prima non ha più così importanza, quando c’è una disabilità, quando c’è la malattia, il resto passa un attimo in secondo piano. Quando pensi che possa essere tutto normale grazie alla forza di volontà, ma qualcuno ti risponde: “non voglio fare una passeggiata al porto, mi vergogno di come mi guardano i bambini”. Si, due domande te le fai, se sia giusto obbligare qualcuno a fare qualcosa o rispettare il suo modo d’essere e la seconda opzione è, forse, quasi sempre, la migliore. Non mancherà il rimpianto per non averlo portato certo, ma in quel momento si è rispettata una volontà. La volontà di rimanere indipendenti nel modo più giusto per se stessi.

Insomma gli anni si sono susseguiti e quando i giorni di ospedale iniziano ad essere maggiori di quelli passati a casa, comincia anche per chi sta accanto un calvario, di – va tutto bene – non ti preoccupare – riprenditi presto – ai quali dopo un po’ fai fatica a credere ed anche a pronunciare.

è successo che negli ultimi giorni di vita, sono stata vicina a una persona che ne aveva passate. Momenti in cui si alternavano visioni di demoni e angeli, di dolore che nessuna morfina riusciva a sedare, di -portami un caffè- quando erano giorni che una sonda lo nutriva. 

Un pomeriggio tardi era il mio turno delle visite, il cielo era plumbeo per essere inizio giugno. Ho parcheggiato la mia macchina e sono andata nel reparto in cui dovevo andare. Sono entrata in stanza e subito mi ha salutato, mi ha riconosciuto, cosa non così scontata. Poi a una certo punto è passato il dottore, ha cercato parole per descrivere la situazione di stallo, in cui bisognava aspettare e sperare che non degenerasse. Quando il dottore è uscito dalla porta, la lucidità era svanita e sono iniziate le urla “NON VOGLIO MORIRE-NON VOGLIO MORIRE-NON VOGLIO L’EUTANASIA”. 

Forse lì ho capito il vero significato del termine resilienza, di chi nonostante tutto riesce a risollevarsi anche dai momenti di sconforto. Il fatto è che ci sono persone che reagiscono così e persone che invece quella sofferenza non vorrebbero mai viverla soprattutto a seguito di una malattia degenerativa cioè una malattia che peggiora di giorno in giorno. 

Eppure ci sono persone che di fronte a tutte le avversità, vedi la storia di lui sopra, non hanno mai smesso di cercare una strada alternativa e continuare a vivere. Nonostante questo significasse non fare una passeggiata al mare per paura degli sguardi dei bambini.

Eppure ci sono persone che invece vorrebbero viversi tutto e quando questo non sarebbe più possibile perché in preda a dolori lancinanti e a diagnosi di non remissione, preferirebbero morire con dignità piuttosto che rimanere agonizzanti in un letto di ospedale che seppur dei migliori è pur sempre un non-luogo, un luogo dove ci si trova in qualche modo a proprio agio, temporaneamente ma non ci vivremmo, ecco. Si creano relazioni interpersonali, certo, ma vi chiederei: voi vorreste vivere in un ospedale? o confinati per sempre a letto o nella vostra stanza in attesa della visita di pulizia e igiene della vostra azienda sanitaria?

Il punto non è che cosa sia più giusto o più sbagliato, il punto è anche qui, ancora una volta, dare la possibilità di scelta a chi vorrebbe porre la parola fine alla propria vita, in modo diverso da quella che è la nostra personale visione.

In quelle urla soffocate dal dolore, io ho sentito la sua volontà, la sua voglia di vivere e nonostante questo, nonostante quel dolore riflesso, ho maturato la coscienza che per me quella non sarebbe stata vita, che se avessi potuto, avrei voluto scegliere di finire diversamente. Metterlo nero su bianco è possibile, ma non applicabile, perché non esiste una legislazione sul fine vita.

Giorni fa ho ascoltato lo stralcio di un’intervista (la trovate qui al min. 38) fatta a Battiato in cui diceva, che: “solitamente non penso alla morte nei momenti tristi, ma nei momenti di perfezione della sua esistenza, perché pensare alla morte quando stai bene è una perfetta continuazione”. Ho maturato quella consapevolezza nella tristezza è vero, ma è solo vedendo lo strazio del dolore che ho capito perché qualcuno invece vorrebbe ricorrere all’eutanasia e non mi sognerei mai di poterglielo impedire.

Anche qui, affinché qualcosa cambi possiamo fare qualcosa, possiamo firmare per la raccolta firme per il Referendum per l’Eutanasia Legale promosso dall’Associazione Luca Coscioni e altri enti. Qui potete trovare tutte le informazioni sul referendum e sui vari banchetti presenti nelle piazze d’Italia o i referenti per le varie province. Anche in questo caso, pensare di non legalizzare, significa perpetuare l’illegalità della pratica, significa che alcuni se lo possono permettere perché possono andare in Svizzera mentre altri rimangono nella loro immobilità all’interno delle loro gabbie che noi chiamiamo casa, significa che chi non se lo può permettere cerca strade alternative.

Vi consiglio il film Miele, mi ha dato una botta che mai allo sterno e forse averlo visto in seguito alla dipartita di lui sopra, non era stata un’idea geniale, ma un film ci deve anche far pensare, credo. Anche se è luglio e fuori fa caldo.

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