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L’ansia da costume

L’estate è arrivata tutta d’un tratto. Un giorno indossava il cardigan di cotone con la sua t-shirt preferita, il giorno dopo l’aveva dimenticato in un bar sul lungomare di Rimini.

Alice aveva sudato parecchio per cui non avendo nulla da fare di ritorno da lavoro  – eccetto la spesa, mettere a posto l’appartamento, chiamare sua mamma, finire un progetto di lavoro e stirare una camicia per il giorno dopo – aveva deciso che era ora del cambio armadio.

Ovviamente non era il momento giusto. Si sarebbe dovuta ricordare che ogni anno lo faceva troppo presto. Puntualmente arrivavano quelle giornate fredde, dove usciva con una camicetta leggera perché tanto per andare a lavoro prendeva la macchina e alla fine tornava a casa con la pelle d’oca.

Dopo aver fatto un po’ di spesa era tornata a casa e aveva aperto l’armadio. Prima aveva selezionato tutti i capi invernali, gli aveva chiesto se ancora le davano gioia e anche se alcuni le avevano detto “ti ricordiamo i momenti più tristi della tua vita” aveva deciso di metterli comunque nelle scatole di cotone che poi avrebbe riposto in alto sopra all’armadio. Marie Kondo avrebbe capito, si era detta. Altri li aveva scelti e messi in delle buste per darli a una signora che conosceva una famiglia che ne aveva necessità e da quella volta in cui questa signora l’aveva richiamata per dirle: “La ragazza ha adorato il tuo zaino con le civette, era felice come non mai!”, ogni cambio armadio destinava qualcosa per lei. Quello zaino era stato un frutto di una lunga contrattazione al mercatino di Camden di Londra, l’unica vera contrattazione che sia riuscita a portare a termine a suo favore, ma questa è un’altra storia.

Sistemati i maglioni, i pantaloni pesanti, le sciarpe e le giacche, era arrivato il momento di tirare fuori le cose estive che teneva in alcuni cassetti e in un’anta di un armadio di servizio. Spazi che riempiva con quello che di invernale non stava dentro le scatole di cui sopra.

Camicette, gonne, pantaloni di lino ed infine i costumi custoditi in una scatola colorata. Una volta aperta aveva iniziato a provare i vari modelli, per vedere se c’era qualcosa che poteva regalare. Quello verde non era il colore giustissimo per lei, ma vestita bene così come quello rosso. Quello nero non le rendeva giustizia, ma un bikini nero è come un little black dress, irrinunciabile. Quello intero stringeva un po sui fianchi. Com’era possibile?

Aveva ripreso ad andare in palestra, mangiava bene, eppure quel rotolino quando si sedeva si arrotolava sempre. Si sentiva bene con il suo corpo, eppure bramava quello delle modelle anche se sapeva che le immagini erano altamente modificate con photoshop. Dopo aver sistemato tutti i costumi, senza averne eliminato nessuno, aveva deciso senza un apparente motivo che gliene serviva un altro. Così aveva iniziato la ricerca su google, per finirla su alcuni profili di Instagram. Tutte e dico quasi tutte avevano gli slip alle costole, per esaltare la figura. In alcuni casi i corpi erano più reali , ma la stragrande maggioranza della collezione era rappresentata da corpi tonici, sportivi, plastici. Dopo tanto cercare aveva deciso per un bikini monospalla color ruggine e solo dopo aver completato l’acquisto, si era resa conto di una cosa.

Di quel costume lei non ne aveva bisogno. Sebbene molti dei suoi vecchi costumi non le andassero più e non seguissero più le linee del suo corpo che con il tempo si erano modificate, tanti altri ancora le stavano bene e assolvevano il loro compito. Vestirla per il mare e per i tuffi nel mare adriatico, ma anche greco o qualsiasi altro mare insomma. In realtà quello che cercava era un’approvazione o meglio un affrancamento del suo corpo. Se lei aveva comprato quel costume era per come quel costume l’avrebbe fatta sentire, incredibilmente a suo agio mentre si faceva fotografare sugli scogli con un braccio all’insù per ripararsi dal sole di un mezzogiorno estivo.

Forse, pensava, è per questo che nonostante ci siano tante pubblicità inclusive con corpi più realistici, alla fine scegliamo quelli che indossano le modelle con canoni più “perfetti”. Una volta aveva visto una pubblicità in cui la donna aveva le smagliature, ok, però poi la pancia piatta e la gamba scolpita rimanevano.

Ogni anno la stessa storia, con l’arrivo del caldo le arrivava quella voglia di stendersi al sole sul lettino in una mattina di giugno e a braccetto arrivava anche quell’ansia di quando una volta indossato il costume, si guardava allo specchio alla ricerca dei difetti. Difetti che non esistevano se non nella sua testa.

Se non ci fossero stati quegli sguardi pieni di giudizio, quei sorrisi, quelle battute, forse avrebbe vissuto il mare o qualsiasi altro momento in costume in maniera diversa. Poteva allora ripartire da una consapevolezza: dato che gli altri avrebbero continuato a giudicare comunque, ciò che poteva fare era non perdere l’occasione di andare al mare, o di fare tutte quelle cose di cui si privava, solo perché pensava che il suo corpo non era perfetto. Lei sarebbe andata comunque e si sarebbe presa anche uno spritz.

Ogni epoca ha avuto la sua “icona” in termini di fisicità, a dimostrazione che la perfezione è fluida, cambia, si modifica in base all’importanza che le diamo e che i media ci offrono. Possiamo avere il corpo perfetto per qualcun altro e allo stesso tempo ritenerci insoddisfatti, l’importante forse è mantenere un equilibrio mentale fra ciò che vorremmo e ciò che siamo, mettendo al primo posto la salute.

Alice chiuse l’armadio soddisfatta e dopo aver ricevuto l’email di conferma dell’acquisto online, cliccò subito sul link del tracking dell’ordine. La perfezione era in transito.

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