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Welcome back

Ritrovarsi a cercare lavoro dopo un tempo indeterminato è strano ed emozionante allo stesso tempo. Strano perché ormai si era abituati alla routine, al – oddio non è ancora il weekend?- per poi ritrovarsi a rispondere alle email anche di domenica. Emozionante perché ci è concessa quella possibilità di poter cambiare, di effettivamente mettere in pratica quel pensiero che negli ultimi tempi si era ripresentato più spesso del previsto: e se cambiassi lavoro?

Non mi dilungherò sul perché o sul per come, ma di fatto mi ci ritrovo.

Dunque è il momento dei colloqui. Devo dire che dopo quello che ho fatto un paio di anni fa, ora ci vado con le spalle un po’ più larghe. Mi preparo, studio un po’ il sito dell’azienda, eventuali articoli e la reputazione (mai, mai fermarsi al solo racconto della sezione ABOUT US). 

Quello che però non sappiamo è chi ci ritroveremo davanti, questo cambia molto, cambia soprattutto se troverete un professionista delle risorse umane o una persona molto preparata nel suo ruolo che fa anche le risorse umane, magari seguendo un questionario scaricato gratuitamente dall’internet o downloadato a seguito di un corso online con certificato. Lo capisci perché c’è chi ti fa mettere subito a tuo agio e non temete che i lati oscuri li riconoscerete comunque e chi invece ti fa sentire come un pregiudicato al 41 bis.

Torniamo a noi. Mi presento per questo colloquio conoscitivo. Ah si, sarebbe interessante anche la parte prima, per cui vi beccate anche quella. 

Invio il CV per un’offerta di lavoro, ricevo un’email di risposta in cui mi viene detto che il mio profilo non è perfettamente in linea con quello che stanno cercando per cui cordiali saluti. Wow, dico fra me e me, nessuno ha mai risposto se dovevano dare un feedback negativo, piuttosto ti dovevi attaccare al telefono, svestirti della tua autostima, flagellarti a colpi di – buongiorno, ho chiamato qualche giorno fa…- per poi alla fine sentirti dire che ancora non avevano scelto. Si certo, come no.

Il giorno dopo l’email di commiato, ricevo una telefonata: il responsabile delle risorse umane vorrebbe vederla per un colloquio conoscitivo, senza impegno, dato che abbiamo anche altre posizioni aperte. Può venire domani mattina? – guardi mi avete inviato ieri la risposta che il mio profilo non è idoneo – lei mi ribatte -guardi, decida lei, a me hanno detto di contattarla-.

Rispondo di si che non c’è problema, molte volte si scopre così che l’azienda sta cercando, inviando candidature spontanee che non si sa mai, tutti i pianeti potrebbero allinearsi.

Il giorno dopo dunque mi presento. Probabilmente, avrei dovuto prenderlo come segno  premonitore l’attendere in una sala d’aspetto di fortuna, fatta di due sedie vicine al bagno. Aspetto abbondantemente quando il fantomatico responsabile delle risorse umane si presenta e si scusa del ritardo, ma la riunione si è protratta più del previsto. Ok, nessun problema, so che nelle riunioni si salvano destini mondiali per cui sorrido e lo seguo.

Questa cosa delle finestre e degli open space prima o poi finirà, sta di fatto che prima di entrare nella sala delle deposizioni, vedo tutto il team che mi saluta, chi sorridendo, chi neanche alzando la testa e chi con lo sguardo di colui che vorrebbe informarmi di qualcosa ma non può. Strano come quando si lavora in un posto, si vorrebbe mettere in guardia una persona nuova, poi questa inizia e i buoni propositi si perdono, spirito di squadra, dicono.

Entro, mi accomodo e Colui (d’ora in poi il responsabile del personale) afferra un modulo, penso che sia l’ennesimo trattamento dei dati personali e invece no, è un questionario che terrà per tutto il tempo sotto il naso, per trascrivere le mie risposte.

Mi parli di lei, mi faccia vedere i suoi lavori, sa l’abbiamo chiamata per questa chiacchierata perché anche se il profilo non corrisponde -spoiler, me lo avete già detto in tre -, ecco lei ha delle esperienza lavorative che potrebbero essere utili per questo lavoro. Ok, mi dico, vedi che fare la receptionist non è stato poi una perdita di tempo?

Partiamo bene, poi arriva il momento di domande un po’ più personali – ma sa ci servono per valutare bene i profili. Cosa ricercheranno mai, mi dico.

La sua situazione sentimentale? Sa ci serve a capire se ha dei figli a carico. Abita in affitto o ha una casa di proprietà? Perché a quanto pare una persona se ha una casa di proprietà, non ha un mutuo per mantenerla, ma vabbè. 

Io sono imbarazzata, dico che non sono propriamente domande inerenti, ma Colui mi dice che sono essenziali per avere una visione d’insieme.

Mi chiede come mi vedo fra 10 anni, dunque chiedo se la domanda implicita è sapere se vorrò figli – lui mi risponde – non necessariamente-. 

A un certo punto rispondo a monosillabi. Parliamoci chiaro, sapere di più di un candidato è sacrosanto. Mettiamole subito in chiaro le cose, se serve una figura a lungo termine ed io domani voglio tanti figli quanto una squadra di calcio, ecco che ognuno sa quello che deve e non si fa viaggi mentali inutili. 

Il fatto è che come in tutto nella vita, ci sono modi e modi. Se mi convochi per un colloquio conoscitivo -senza impegno, con una batteria di pentole acciaio inox incluse – io non mi aspetto un terzo grado. Rispondo perché ormai sono lì, ma con il senno di poi avrei preferito non rispondere. 

Dicono che sia tutta esperienza e di sicuro lo è. Avessi avuto l’autostima di adesso, avrei risposto gentilmente che non mi sembrava il caso di porre certe domande a questo punto del colloquio che davvero era partito quasi come un prendere un caffè insieme.

Facciamo attenzione alle parole, ma ancora di più alle domande. A volte sono profetiche. Mi sarebbe piaciuto chiedere come l’azienda si vedeva da lì a 10 anni, se stavo facendo anche io una buona mossa nel considerare di fare parte di quel team che mi guardava male dalla finestra dell’ufficio delle deposizioni. 

Invece mi sono alzata, mi sono sistemata la gonna, ho stretto la mano (oddio che nostalgia), ho sorriso e salutato cordialmente.

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